Alcuni appunti sulle responsabilità degli studenti

di Gigi Livio

Trovo su “Domani” del 18 novembre un articolo, a firma Mattia Ferraresi, di cui non condivido l’impostazione generale e soprattutto il rancore che lo stile del giornalista, come subito vedremo, mostra chiaramente nei confronti dei giovani.

Cominciamo dall’incipit. Scrive Ferraresi:

C’è da augurarsi che l’appello degli studenti dell’ultimo anno delle scuole superiori al ministro dell’Istruzione per l’eliminazione delle prove scritte all’esame di stato superi, e di molto, la 40mila firme che ha raggiunto finora. Sarebbe un sogno se 400mila, o 4 milioni, per non dire 40 milioni di italiani firmassero una petizione che, una volta letta, dimostra l’assoluta necessità di mantenere le prove scritte e se possibile di aggiungerne di nuove e più severe.

Ecco: l’impostazione rancorosa del discorso è evidente a un’analisi stilistica, anche se, come ho già anticipato più sopra, soltanto indicativa e non particolarmente approfondita; infatti quel tono punitivo con cui qui s’invocano prove “nuove e più severe” rivela un’antipatia profonda per gli “scriventi”, tornerò sull’uso di questo termine, che magari avranno anche delle colpe ma certamente non proprio tutte, anzi.

È un gioco vecchio come il mondo scaturito dalla Rivoluzione francese, che è ancora il nostro, quello di attribuire a altri le nostre colpe: nella fattispecie quello di riversare sui giovani le colpe di noi vecchi. La prima cosa che dovrebbe fare chi intende cercare di insegnare qualcosa alle generazioni successive dovrebbe essere quella di assumersi le proprie responsabilità. Intendo essere chiaro: ho 85 anni e ho insegnato tutta la vita, 3 anni nelle medie inferiori, 11 nelle superiori e 36 all’università, e pertanto le responsabilità di cui dirò subito sono anche mie malgrado alcuni di noi, non molti in verità, si siano sempre opposti alla degradazione degli studi che man mano progrediva nel tempo; ma, forse, non con il necessario vigore visto come sono andate le cose.

E dunque, e allora: la colpa se oggi gli studenti non sanno più scrivere con proprietà, o non del tutto, è soltanto loro? Per non approfondire troppo il problema, ma comunque almeno accennarvi, ricorderò semplicemente che la scuola vive una crisi profonda dovuta all’abbassamento del livello culturale della società. Ma di questo vero e proprio disastro epocale, a sua volta dovuto a molteplici elementi, sono responsabili le generazioni precedenti, è terribilmente banale doverlo ricordare, a quelle dei diciannovenni che scrivono come scrivono.

Fermandosi a una sola delle cause, insieme dirette e indirette, della decadenza della lingua e, di ineluttabile conseguenza, della cultura, c’è ovviamente il neo-italiano di cui la maggior responsabile è la televisione che inizia a diffondersi negli anni sessanta. È però sotto gli occhi di tutti il fatto che del neoitaliano –per altro approvato, per ragioni socio-politiche, tanto da Sanguineti quanto da De Mauro e invece decisamente combattuto da Pasolini– sembra non importare molto a nessuno dal momento che anche molti intellettuali lo usano tranquillamente, sia oralmente che per iscritto, senza manifestare autocritica alcuna.

A me sembra chiaro che anche questa deriva possa essere ricondotta alla decadenza della storia, in questo caso alla storia del linguaggio, perpetrata, come è noto a tutti, dalla cultura postmoderna. Per fare soltanto due nomi, nel tentativo, sia pur a volo d’uccello, di stabilire le responsabilità: Lyotard era del ’24 e Vattimo è del ’36. Della filosofia del postmoderno e della sua propagazione e volgarizzazione nella società, non possono essere responsabili i giovani, ma, come è ancora una volta evidente, gli appartenenti alla generazione mia –Vattimo è mio coetaneo, e dei nostri padri che la televisione l’hanno inventata mentre noi, i figli, non ci siamo opposti, magari anche pensandola come Pasolini, o non sempre con la necessaria determinazione.

Poi è venuta internet con le sue applicazioni più comuni: i messaggini su Whats App e, ovviamente i, tanto discussi quanto amati, Social. Qui la lingua si impoverisce sempre più: i primi usano, all’incirca, lo stesso linguaggio dei telegrammi per risparmiare spazio e tempo (“Time is money”) i secondi abituano i ragazzi, fin dai 10–12 anni, a un linguaggio povero e stentato i cui risultati si vedono poi nel modo come scrivono quando, a scuola, debbono stendere un tema o qualcosa del genere: e qui è coinvolta la generazione, per così dire, di mezzo e cioè quella dei loro padri. In questo caso si apre un altro enorme problema, quello che si può sintetizzare nella domanda consueta: cui prodest internet? Infatti, l’invenzione e la diffusione di internet e delle sue applicazioni, non sono certamente soltanto quelle cui ho accennato ma anche, e soprattutto, l’uso che della rete fanno le aziende per diminuire i costi di produzione e, di conseguenza, licenziare molti lavoratori.

Certamente non è in un articolo limitato nella sua estensione che si possa affrontare questo enorme problema: basterà l’avervi accennato. Ma continuiamo con Ferraresi e il suo scritto:

La debolezza del manifesto involontario in favore delle prove scritte non è nella qualità delle argomentazioni, ma nella sgrammaticata povertà con cui queste vengono presentate. Tralasciando il fatto che gli studenti lo chiamano “esame di maturità”, nome che è stato abbandonato nel 1997, quando gli scriventi non erano ancora nati (ultraripetenti ed eroici ritardatari perdoneranno la generalizzazione):

il seguito tra poco.

Andando per ordine: il manifesto non è una persona e, pertanto, non può essere “involontario”: forse il censore dello stesso intendeva scrivere “involontariamente”; ma è certamente un lapsus calami. Poi: “sgrammaticata povertà”: ahi me, si tratta di un pleonasmo (anche di questo termine tra poco): scrivendo “sgrammaticata” s’intende già che la lingua che è tale sia anche “povera”; infatti, potrebbe esistere un testo sgrammaticato che non sia anche linguisticamente povero? Ovviamente, ancora una volta, no perché chi non segue il principio regolatore che informa la lingua non può che cadere nella sciatteria.

A questo punto un inciso: qualche lettore potrebbe accusarmi di dar nel pedante e, in questo caso, gli risponderei che ha ragione pur che sia chiaro che il significato da me attribuito, in questa sede, non è quello corrente di pedante come letterato semidotto, di cultura incerta e sempre pronto a mettere in mostra la sua supposta erudizione magari, e qui siamo alla commedia del cinquecento, attraverso citazioni in latino sbagliate che denunciano proprio il pressapochismo della sua formazione culturale, ma invece quello di chi esercita un controllo minuzioso e scrupoloso, come registra, al quarto significato di Pedanteria, il Battaglia [Grande dizionario della lingua italiana diretto da Salvatore Battaglia, UTET].

Pedantescamente, dunque, proseguo notando che, anche in questo caso, si tratta di un vecchio giochetto che consta nel nominare la magagna temperando la denuncia con il giustificarla subito dopo: intanto la cosa è stata scritta, e si sa scripta manent –ma ora, con la televisione e internet, i cui contenuti sono riproducibili all’infinito, anche i dicta non volant più come un tempo avveniva– e, quindi, lo scritto viene ancora una volta accusato di sciatteria (“ma non sanno nemmeno che non si dice più così, e dal 1997!”) mentre si tratta di ben altro e cioè dell’impiego di quella che i linguisti definiscono la lingua dell’uso dove l’esame di stato viene tuttora indicato come esame di maturità. Proprio in questi giorni, dicembre ’21, pare si voglia cambiare il “Buon Natale” con “Buone feste” per essere politicamente corretti e non offendere nessuno: sentivo alla radio recentemente qualcuno, non ricordo chi fosse, dire che, per quanto secondo lui fosse giusto lo spirito che informava la proposta, il cambiamento non avrà corso e si continuerà a dire “Buon Natale”: ecco, questa previsione, molto probabilmente azzeccata, segue la lingua dell’uso e non quella imposta dall’alto (sempre ammesso che chi invita al politicamente corretto possa essere considerato “alto”).

Siamo ora al termine “scriventi”, e il corsivo nella citazione è mio, che risulta piuttosto interessante dal punto di vista di un’esegesi stilistica anche se, lo ripeto, non eccessivamente approfondita. Si tratta di una parola di origine burocratica o scientifica –il Battaglia riporta un esempio da Donnarumma all’assalto di Ottieri dove compare “punta scrivente” del pantografo– che è entrata soltanto parzialmente nell’uso della lingua, tranne che nelle scritture burocratiche quali sono, per esempio, i verbali di interrogatori di imputati, le circolari di vari ministeri tra cui quello dell’istruzione, mentre nel linguaggio corrente è un termine impiegato da chi propende per una scrittura, torno su un argomento già affrontato, tendenzialmente burocratizzata, appunto, del neoitaliano.

Debbo confessare che non mi fa ridere e nemmeno sorridere la battuta finale del brano sopra riportato, dove si parla di “ultraripetenti” e “eroici ritardatari”, per un motivo molto semplice: anche qui si insinua che costoro siano molti e, con quell’“eroici” vengono messi alla berlina coloro che si presume possano essere inquadrati in quelle due categorie, anche se si tratta di classificazioni esclusivamente fantastiche perché dal ’97 a oggi sono passati 24 anni, naturalmente. Ma se ora, attraverso lo stile, andiamo al sottotesto del discorso risulterà evidente il motivo per cui quella battuta, di per sé di poco valore in quanto tale, non mi fa sorridere dal momento che il significato sotteso al testo, in questo caso, appare piuttosto chiaro nell’esprimere disprezzo nei confronti dei giovani, che non saprebbero scrivere perché non studiano. Chi ha esperienza didattica, anche se non necessariamente lunga come la mia, ha potuto constatare che è importante offrire motivi agli studenti di appassionarsi alla materia e poi loro, di conseguenza, si comporteranno, nella maggioranza dei casi ovviamente, benissimo, ascoltando e studiando.

Poiché questi miei appunti si stanno facendo troppo lunghi da ora in poi procederò, per quanto è possibile, più speditamente. Al brano riportato segue la citazione di alcune righe del documento studentesco: mi limiterò a mettere in evidenza i termini o le locuzioni su cui si appunta la critica di Ferraresi. I maturandi, anziché “studenti” scrivono “studendi”: qui si ripete il giochino suaccennato; infatti, al rilievo segue immediatamente:

“Studendi è uno spiacevole refuso, ma nessuno meglio di chi lavora nei giornali sa che queste cose capitano”:

in questo caso, come nel precedente, si nota il refuso per giustificarlo immediatamente dopo: ma i giornali sono altra cosa confronto a un “manifesto” che, si suppone, debba essere stato scritto con minor fretta, visto e rivisto, e pertanto in questo caso un refuso dà immediatamente l’idea di sciatteria e trascuratezza.

Andiamo oltre. Scrivono i maturandi:

“[…] troviamo ingiusto e infruttuoso andare a sostenere degli esami scritti in quanto pleonastici[…]”:

qui il censore scatena tutto il suo, autosupposto, umorismo:

“Poi si passa alla scelta discutibile dell’aggettivo ‘pleonastico’, verosimilmente usato nel senso di ‘inutile’, ‘superfluo’”;

e, infatti, cos’altro può significare pleonastico? Ancora una volta ricorro al Battaglia che nota: “assai usato nel linguaggio quotidiano”. Ma poiché qualche pedante, nel senso comune del termine, potrebbe farmi notare che il volume del Battaglia dove c’è il lemma in questione è del 1986 e quindi “vecchio” e, dunque, per una società che rincorre il nuovo come uno dei principali elementi costituenti il valore di una merce (e non il nuovo come necessità di adeguamento del linguaggio artistico a un mondo mutato), viene considerato del tutto da dimenticare. Ciò è talmente è vero che “vecchio”, per ciò che riguarda le persone, è stato sostituito da “anziano” che non è un sinonimo di vecchio ma che significa la permanenza in un determinato ruolo di una persona: per esempio, un anziano professore ordinario può benissimo essere ancora giovane.

Dunque, “pleonastico” sembra un’eccessiva belluria a Ferraresi; e, infatti, immediatamente lo usa in un senso che intenderebbe essere ironico:

“Gli esami scritti sono così pleonastici che giusto una virgola più avanti compare un anacoluto […]”:

sia ben chiaro, l’anacoluto c’è e sarà anche giusto farlo notare, ma è invece l’uso che l’articolista fa di “pleonastico” che denuncia un vero e proprio errore di valutazione linguistica perché, per non essere tacciato di usare strumenti “vecchi”, passo ora al Dizionario di De Mauro, pubblicato nel 2000, che prevede, molto opportunamente, le “marche d’uso” quali “FO fondamentale, AU alto uso, BU basso uso, CO comune” eccetera. Nel nostro caso, per registrare il significato del termine di cui stiamo parlando, compare prima il significato tecnico-specialistico in retorica (T-S) e subito compare la marca CO (comune) per dichiararne l’uso corrente; al proposito il vocabolario in questione attribuisce al termine questo significato: “di atto o comportamento, non necessario, superfluo” e subito dopo, come sinonimi, riporta: “inutile, soverchio, superfluo” che è appunto ciò che gli studenti intendevano comunicare a chi leggesse il loro “manifesto”.

Proseguono gli studenti: gli esami scritti sono superflui perché “i professori curricolari nei cinque anni trascorsi, hanno avuto modo di toccare con mano e saggiare le nostre capacità”; Ferraresi, a proposito di queste righe, scrive:

I professori “curricolari”, a differenza ovviamente a quelli extracurricolari, hanno potuto addirittura “toccare con mano” le capacità degli studenti, e forse è meglio non indagare oltre.

In questo caso evidentemente sono gli studenti a usare un linguaggio burocratico ed è giusto rilevarlo anche se sarebbe meglio che la persona giudicante non fosse pronta a cadere nella stessa improprietà. Ciò che vogliono dire gli studenti, però, è chiaro dal momento che questi sostengono essere soltanto i professori di ruolo (“curricolari”) atti a giudicare come scrivono perché li hanno seguiti per tutto il triennio mentre quelli tra loro meno fortunati hanno avuto come insegnanti professori vari e, necessariamente diversi l’uno dall’altro, attraverso supplenze a volte annuali a volte anche per periodi più brevi, non possono essere giudicati con altrettanta conoscenza delle loro capacità. Risulta subito chiaro che questo nodo è difficilmente scioglibile: per mettere in evidenza soltanto la prima conseguenza, e tacere delle altre, che potrebbe avere una trasposizione di questa richiesta studentesca in una legge o regolamento, è quella di dover decidere se esentare dagli esami scritti soltanto gli studenti che sono stati seguiti per i tre anni delle superiori da professori di ruolo o anche gli altri; ma, in caso contrario, la decisione risulterebbe gravemente iniqua poiché i secondi subirebbero un’ingiustizia dal momento che non è assolutamente colpa loro se durante il triennio sono stati costretti a avere insegnanti diversi.

Ma, sempre a questo proposito, c’è un’altra cosa da notare (e ringrazio Ariela Stingi per avermela suggerita): gli studenti indirizzano il loro scritto al ministro dell’Istruzione e il linguaggio burocratico può servire loro, almeno nelle intenzioni, per essere più chiari dal momento che è proprio il ministero a usare questo linguaggio. Nel mio caso, come in quello di tutti gli altri professori come me che a 72 anni vengono messi in pensione d’ufficio, questo linguaggio si rivela, oltre che ridicolo e sgarbato, anche vagamente iettatorio: sul mio foglio di pensionamento la dizione è questa: “Dal primo novembre il professor … è posto in quiescenza”: ci sarebbe da ridere, mentre of course si tocca ferro e, invece e al contrario, bisogna cercare di tenere a freno l’atra bile che, come si sa, nuoce alla salute.

Evito di commentare l’ultima frase del brano che ho riportato, a proposito di un possibile doppio senso della locuzione metaforica “toccare con mano”: mi limito a suggerire al giornalista, se proprio vuol continuare a cercare nelle espressioni di uso comune la possibilità del loro uso in senso ironico, di leggere i libri di Petrolini, lui sì elegantissimo e insuperato maestro di doppi sensi.

Proseguiamo ancora nella lettura. Scrivono i maturandi:

“Inoltre abbiamo passato terzo e quarto anno in Dad, penalizzandoci, distruggendo parti delle nostre basi che ci sarebbero dovute servire per gli esami”.

È giusto rilevare l’anacoluto, come fa Ferraresi, ed è altrettanto giusto notare che “L’impatto negativo della didattica a distanza sugli studenti non va sottovalutato o ridicolizzato”, certamente, e per molti motivi compreso e, forse soprattutto, quello che segnala Nadia Urbinati su “Domani” del 4 dicembre:

Una fonte di disagio sociale deriva dal rapporto con il digitale, che è penalizzante per larghe fasce di popolazione che non possiedono la materia prima. […] Il problema era già stato osservato nei primi mesi del lockdown quando è emerso il dislivello di opportunità materiali tra studenti in ragione dell’appartenenza di classe. […] Il rapporto Censis ci dice che il 35,2 per cento degli studenti degli ultimi anni delle superiori e dell’università ha avuto difficoltà nella formazione a distanza per questa ragione.

Ma vediamo come Ferraresi prosegue il suo ragionamento (e così completo il periodo che prima ho troncato):

“ma è irrispettoso notare che la qualità del testo con cui si chiede l’eliminazione delle prove scritte per diplomarsi non è all’altezza di un esame di terza media?”

e qui, come si suol dire con metafora che Ferraresi, se mai leggesse questo articolo, censurerebbe perché troppo “comune”, casca l’asino nel senso di svelare apertamente il sottotesto, in questo caso divenuto trasparente, perché non sono proprio gli studenti che, dimostrando una certa maturità, attraverso un linguaggio giudicato dall’articolista “tipico delle truffe on line” (ma guarda un po’: delle truffe, e non sto a rifare un discorso già fatto, e non del linguaggio che si usa in rete) scrivono che la Dad ha distrutto “parte delle nostre basi che ci sarebbero dovute servire per gli esami”. Non si tratta proprio di questo? La basi, per le materie umanistiche non constano proprio nella conoscenza e nell’uso della grammatica e della sintassi?

Come ultima cosa mi limiterò a notare che il giornalista, dopo aver segnalato termini e espressioni che, secondo lui, non sono acconce al discorso, come l’augurio che si fanno gli studenti di un “positivo riscontro”, conclude il suo scritto in questo modo:

[…] che — si spera — non arriverà mai. Sarebbe pleonastico:

chi ha voglia di sorridere a questa battuta, che dovrebbe essere di spirito, sorrida pure; io mi limiterò a dire che

la capacità di scrittura dei giovani peggiorerà sempre più se verranno ripresi proprio sulle parole acconce a un certo discorso ignorando del tutto la pregnanza dell’argomento trattato.

Ma, se pure tra le righe, l’argomento è sempre stato presente a questo mio scrittarello. E, pertanto, qui chiudo.

scritti molesti sullo spettacolo e la cultura nel tempo dell'emergenza

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