Caterina Boratto nel film Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975)

Caterina Boratto, attrice e diva, nel ricordo del figlio.

Colloquio con Gigi Livio e Ariela Stingi

GIGI LIVIO: Siamo con il dottor Paolo Ceratto, figlio di Caterina Boratto, per parlare di sua madre in quanto attrice, e se lui è d’accordo, anche come diva.

Con noi c’è Ariela Stingi che dell’Asino vola è editor e editore: per questo la chiamiamo l’“editora”.

Paolo, inizierei con una domanda semplice: Caterina Boratto era la tua mamma e tu, come figlio, che impressione hai di lei come attrice, ma anche come Diva, perché diva lo era, eccome?

PAOLO CERATTO: La cosa forse più sorprendente è il fatto che a casa aveva un atteggiamento e un comportamento da semplice madre quindi non c’è mai stato… e forse è un aspetto che ha due lati: uno positivo e uno meno positivo. Quello positivo è che era di una enorme semplicità. Infatti Pasolini quando la frequentò era sorpreso dal fatto e le disse: “Ma, Caterina, tu sei così normale…” perché forse a contatto con altre attrici era abituato oppure pensava che avessero un po’ di colpi di testa atteggiamenti anche, appunto, divistici e non era assolutamente il suo caso mentre per quanto riguarda l’aspetto proprio dell’attrice posso dire che l’ha vissuto come tanti, tanti attori vicino al telefono. Cioè in attesa che ci fosse quella telefonata che poteva rompere la routine, rompere il quotidiano, il prevedibile e permetterle poi di conoscere nuove persone, nuovi attori magari un altro regista e questo le dava una grande carica perché poi tra l’altro tra televisione, teatro, cinema e fortunatamente queste telefonate arrivavano non c’erano grandi periodi di vuoto e allora… Posso anche raccontare di momenti in cui alcune cose poi magari non si sono realizzate, ma che nell’ambito del periodo di quando c’era stato un contatto e poi la definizione di questa possibilità una grandissima gioia… Ricordo per esempio una volta che Mario Cecchi Gori l’accompagnò in macchina, perché abitava vicino e mia mamma prendeva l’autobus da Piazza Don Minzoni ai Parioli, e la vide appunto che era lì in attesa, la si riconosceva perché aveva questo cappello così importante che la proteggeva dal sole e anche un po’ dalla sua timidezza e Mario Cecchi Gori disse: “Guarda, Caterina, ieri ero con Franco -parlava di Zeffirelli- e abbiamo quasi definito questo film, I fiorentini dove tu hai una parte meravigliosa e io mi ricordo che quando lei tornò a casa dopo questo, dopo essere stata accompagnata da Mario Cecchi Gori, e aveva una gioia che proprio sprizzava dai pori della pelle. Questo per dire che adesso probabilmente è cambiato, ci sono gli agenti, ma una volta il cinema era fatto proprio di queste occasioni di questi incontri di queste opportunità di queste amicizie. Fortunatamente questa possibilità di lavorare di fare il punto, come ho detto prima, le capitava con frequenza; poi che cosa subentrava? subentrava l’aspetto di attrice molto diligente, molto attenta e soprattutto attrice che doveva lottare con se stessa e quando dico questo intendo lottare con un’assenza di memoria, questo era il suo problema, che nasceva quando si parlava di teatro e di televisione in presa diretta, mentre non era così con il cinema.

G.L. : Bene. Adesso ti leggo delle righe di Caterina Boratto, che ho trovato nel libro che tu hai scritto e curato con Franco Prono, che non è qui per problemi di salute e a cui noi tutti auguriamo una pronta guarigione. Siamo nel 1989 e Caterina Boratto scrive:

“Questa educazione così severa -parla di suo padre, sua madre, i tuoi nonni- ha influito su tutta la mia vita e ha fatto in modo che io avessi sempre una certa paura degli uomini. Non mi considero una persona fredda, credo proprio di essere normale, ma il mio atteggiamento ha fatto sempre pensare agli altri che fossi superba e altera e che mi dessi delle arie. In realtà il mio apparente distacco è sempre stato dettato da una grande insicurezza e da estrema timidezza.”

Adesso ti faccio una domanda precisa, tecnica: fino a che punto questa timidezza, questo distacco, le ha giovato per frequentare un tipo di recitazione che si distingueva dalle altre di quel momento proprio perché il suo atteggiamento, che secondo me non è giusto come ha fatto Fellini e poi come avete messo nel sottotitolo del libro di definire “regale”, ma che invece era, come dice lei, “altero” soltanto che si trattava di un’ alterigia vorrei dire naturale e piena di dolcezza. Ti ho già raccontato che la vedevo passeggiare in via Pietro Micca, dove abitavo, quando ero un ragazzo e ne ho ancora un ricordo vivissimo. Perciò credo di poter avere un’idea precisa di questo suo particolare atteggiamento, dolce e, in qualche modo, distaccato.

Fermandosi ora sul “distacco”, arricchisco la domanda: quanto credi che questo dato caratteriale abbia influito sul suo tipo di recitazione che non a caso Fellini e Pasolini hanno, soprattutto Pasolini se mi permetti, così perfettamente capito?

P.C. : Ma, devo dire una cosa che accomuna entrambi e che forse si riversava anche nella recitazione: avevano visto tutti e due in lei un atteggiamento che da un lato poteva essere appunto di distacco, di alterigia, di regalità e dall’altro invece una persona, molto materna. In effetti quando mi è capitato di vederla in compagnia di Fellini e poi, separatamente, in compagnia di Pasolini avevo visto che aveva con entrambi un atteggiamento molto molto materno e credo che in questo senso entrambi come ti posso dire si scioglievano un po’ davanti a lei, entrambi essendo poi persone molto -può sembrare paradossale-, molto timide perché lo stesso Federico era cresciuto e si era poi modificato nel suo modo di fare, nel suo modo di essere. Allora, cosa succedeva? Penso tu abbia ragione perché con Pasolini c’è stato un modo di permetterle di vivere il personaggio e la recitazione in modo completo, con anche scene abbastanza lunghe, mentre con Federico era diverso, con Federico erano dei momenti, erano scene velocissime che poi venivano subito tagliate perché a lui interessava credo riscoprire il momento in cui l’aveva vista, come fosse stata un’apparizione, uscendo con molti pacchetti da un grande magazzino, nel 1962, con un cappello, una pelliccia di lontra, proprio sotto il suo ufficio in via della Croce e lui sfacciatamente l’aveva fermata dicendole appunto: “Bella signora lei forse non si ricorda di me ma io mi ricordo di lei”; questo per dire anche che furbacchione era Federico in quel periodo, in quegli anni; dopo La dolce vita era su tutte le copertine di tutti i giornali mentre la mamma dopo appunto questa parentesi del matrimonio eccetera era stata per certi versi dimenticata e allora questa sua impressione, una specie di folgorazione, un miraggio, l’ha poi portata dietro e si vede sia in Otto e mezzo che in Giulietta degli spiriti perché fa in modo che poi sia inizialmente di spalle, di lato e poi si giri e ci sia poi il primo piano: lui si divertiva, e c’è anche scritto nel libro di Rita Cirio Il mestiere di regista che un po’ ovunque quando c’è il momento in cui lei è inquadrata in primissimo piano, da New York, a Londra, Parigi eccetera c’era un “ohh” del pubblico e lui era riuscito appunto a far dire al pubblico quello che lui aveva sentito nel rivederla quel giorno nel ’62. Pierpaolo era completamente diverso, nel senso che lui cercava in lei l’attrice. È quello che poi le ha permesso e le ha fatto fare, spiegandole a fondo quello che cercava quello che voleva ottenere.. sia con lei sia con le altre megere che facevano parte di questo comitato… allora non so se ti ho risposto.

G.L. : Certo. Posso chiederti ancora una cosa?

P.C. : Sì certo. Poi ricordati che ti devo anche dire una cosa io.

G.L. : Prego, tanto io so cosa voglio dire.

P.C. : Che una delle scene di Salò dove lei parla, accenna appunto anche delle frasi, passa da uno all’altro delle persone, si mette accanto a loro, si siede sulle ginocchia eccetera è molto vicina è molto simile a una scena che credo Pasolini abbia visto di un film degli anni fine anni trenta, dove lei canta tra l’altro, ed è in una situazione, credo che sia Chi è più felice di me, ed è come se in un certo senso Pasolini avesse voluto ricatturare perché era quello il periodo quel momento, quella situazione, quei personaggi di allora con la stessa attrice, però purtroppo io l’ho scoperto più recentemente guardando questo film e quindi non lo sapremo mai.

G.L. : Purtroppo. Però, indagando l’opera, certe cose si possono capire senza bisogno che vengano esplicitate dall’attrice o dal regista. Tu hai già parzialmente risposto alla domanda che intendevo farti e cioè se sei d’accordo sul fatto che Pasolini abbia capito Caterina Boratto, come attrice, meglio di quanto abbia fatto Fellini. Infatti tu hai detto che Fellini non punta molto sulla qualità di attrice di Caterina Boratto ma piuttosto sulla sua figura straordinaria e piena di fascino. Invece a Pasolini, hai detto, interessava più come attrice. E questo è molto importante perché Salò è un film estremamente complesso di cui non ci mettiamo qui a parlare perché bisognerebbe scrivere uno, due, tre libri. Ma c’è un elemento di diversità confronto agli altri film di Pasolini, cui si può accennare, e cioè il fatto che in Salò il regista sembra ricercare un altro modo, un altro stile, confronto a quello di Accattone per intenderci, per essere realista; e sappiamo che questa era, nobilmente aggiungerei, una delle sue ossessioni. Infatti quel film Pasolini l’ha girato, questo è un dettaglio che a me sembra importante ricordare, quasi tutto con la macchina a spalla perché non voleva dare ordini a un operatore voleva essere lui a creare questa sorta di distacco che non esclude affatto la condanna nei confronti dell’orrore. E Caterina Boratto rappresenta, proprio grazie a quello che abbiamo detto prima, la timidezza, eccetera, un’attrice estremamente funzionale per perseguire questa poetica.

P.C. : Assolutamente d’accordo, assolutamente. È stata, credo, una sua intuizione che poi si è corroborata con la frequentazione con la mamma perché una cosa li univa molto ed era il fatto che entrambi durante la guerra avevano perso un fratello: questo fece scattare un qualcosa in più nel loro rapporto una.. come posso dire, un lutto condiviso anche se erano due persone completamente diverse. Per mia mamma era successo con Cefalonia e con Pierpaolo invece con il discorso di questi che non si sapeva se erano comunisti o non erano comunisti… In ogni caso un aspetto non eroico della guerra, ma un aspetto sporco della guerra che non sarebbe dovuto accadere…

G.L. : … anche Cefalonia è stata una cosa spaventosa…

P.C. : … e quindi per entrambi, che amavano tutti e due raccontare… Questo capitava anche con Fellini, che invece aveva una memoria straordinaria, che si ricordava anche i dettagli di quando erano insieme. Amavano spesso parlare del passato per riconoscersi l’uno nell’altro nei ricordi che avevano vissuto e questo deve aver ulteriormente cementato un’amicizia fatta di un grandissimo affetto e la cosa che a me ha sempre sorpreso piacevolmente era che sia con uno che con l’altro vedevo che non che si sciogliessero davanti a lei ma che avevano e sentivano una amalgama particolare così come se fossero loro, come me, figli di Caterina Boratto e questo li rendeva molto accessibili, molto diretti, molto semplici che mentre da un lato con Federico c’era una simpatia dirompente, una voglia anche di scherzare, con Pasolini invece tutto questo non avveniva ma rimaneva lei davanti a Pierpaolo quasi imbarazzata dalla logicità dei suoi ragionamenti, dalla complessità di quello che diceva e come lo diceva… beh, Pasolini aveva l’intelligenza che era come un prisma di un diamante che lo metti con la luce e vedi, vedi tantissime cose. Credo che fosse anche quello che aveva impressionato Fellini quando l’aveva conosciuto, perché Federico aveva letto i suoi primi romanzi l’aveva voluto conoscere e credo che anche lui fosse rimasto assolutamente colpito dall’intelligenza, dalla cultura, dall’umiltà con la quale lui proponeva certe cose, certe scene come nelle Notti di Cabiria, come, apparentemente, nella Dolce vita… le proposte di Pierpaolo che trovavano poi i collaboratori di Fellini molto preoccupati, a partire da Flaiano, che diceva :“cosa vuole questo qui?”

G.L. : Torniamo, se sei d’accordo, a Caterina Boratto come “Diva”.

P.C. : Io purtroppo non riesco a essere d’aiuto su questo aspetto perché io me la ricordo in cucina che prepara le mezze maniche ai quattro formaggi.

G.L. : Era una ghiottona?

P.C. : Amava molto la cucina piemontese. E quindi quella che era stata la cucina di sua mamma, mia nonna. Era una cuoca molto in gamba: amava appunto, era un’altra generazione, andava presto al mattino al mercato a scegliere una ad una le cose che poi avrebbe cucinato per pranzo e per cena senza pensare che magari alcune poteva farle un po’ di più… e fare in modo di metterle nel frigo perché venire da una generazione che non aveva conosciuto il frigorifero… io mi ricordo ancora le ghiacciaie come ricordo tutte quelle sue pietanzine …come ad esempio amava molto un bicchiere di vino rosso

G.L. : Quello è proprio Torino, Torino.

P.C. : Non so se sia stato il suo periodo a Hollywood… aveva delle abitudini, quelle che sono quelle che poi tu leggi nelle riviste oggi sul benessere e sulla salute; per esempio, il camminare con un passo un po’ deciso, ogni tanto il saltare un pasto che potrebbe essere il pranzo o la cena.. e tutta una serie di cose che sono poi molto salutari. Non è un caso, infatti, che poi sia vissuta fino a 95 anni e se non fossero stati dei cretini, in questa clinica dove lei era andata, avrebbe potuto arrivare fino a 100 anni, ma hanno fatto degli sbagli madornali.

G.L. : Ma era la clinica di tuo padre?

P.C. : No, no, no, a Roma, in questa clinica… lei aveva un problema, un’infezione intestinale che non hanno controllato, e quindi non le facevano altro che flebo che nascondevano la vera problematica. Perché aveva superato “la spagnola”, quando era piccola, era un po’ quella che uno può chiamare razza Piave, proprio forte lei fisicamente, almeno lo è stata fino agli ultimi dieci-quindici anni quando ha iniziato ad avere dei problemi di cuore, ma insomma per il resto buona salute fantastica.

G.L. : Già, per gli attori la salute è molto importante; Eduardo a chi gli chiedeva : “Che cosa di particolare ci vuole per fare l’attore?” rispondeva: “‘A salute, ‘a salute e ‘a salute”. Adesso vorrei tornare all’attrice però. Franco Prono, nell’introduzione al vostro libro che si intitola Caterina Boratto. Una regalità completa, scrive : “Sulla fotogenia di Caterina Boratto si potrebbero spendere molte parole per elaborare riflessioni di ordine estetico psicologico e sociologico.

Ma (questo vale per ogni tipo di Diva) l’immagine del suo corpo e del suo volto sullo schermo sono nella loro fisicità letteralmente indescrivibili, imprendibili dalle parole, perché sono materiale per l’immaginazione, sono immagini misteriose che devono essere guardate ammirate, ‘gustate’ con lo sguardo”. Sei d’accordo con questa affermazione?

P.C. : Ma guarda sono d’accordo su una cosa che io ebbi anche la fortuna, un paio di volte grazie a Gianni Di Venanzo o Tonino Delli Colli, di poter vedere la mamma dalla macchina da presa. Devo dire che aveva quel qualcosa che hanno in poche, in pochi, ma che ti fa dire : “Ma che meraviglia! Ma che cosa straordinaria!” A parte il fatto che lei era proprio bella, grazie a mamma e papà, ma in più quando veniva ripresa lo era ancora di più, quindi non mi sorprende che il fondatore Louis B. Mayer della MGM vedendo un primo piano, tra l’altro fatto da un grande direttore della fotografia che è stato poi anche della direttore fotografia della Dolce vita, l’avesse inquadrata nel film Vivere, nelle ultime sequenze del film c’è lei, che è a letto, e sono tutti primi piani, fatti appunto da questo operatore, e dopo aver visto questi primi piani Louis B Mayer la volle a Hollywood cioè le fece subito un contratto di sette anni. Purtroppo capitò in un periodo dove il nostro duce, non contento di aver già dichiarato guerra alla Francia e all’Inghilterra, aveva dichiarato guerra anche agli Stati Uniti, era incontentabile …

G.L. : … fine del 1941.

P.C. : Otello Martelli, un grandissimo della fotografia. Ha fatto delle riprese meravigliose. Ecco questo per dire che la fotogenia è sempre stata una sua prerogativa e credo che Franco avesse assolutamente ragione su questo. È famosa la battuta di Lina Wertmuller che aveva raccolto da Federico che le diceva : “vieni Lina, vieni a vedere, è lei che dà la luce non siamo noi che diamo la luce”.

G.L. : Infatti è tipico della fotogenia d’attore “dare luce” e Caterina Boratto in questo decisamente eccelleva come si può constatare appunto in Otto e mezzo.

Siamo in conclusione: tu hai detto che la tua mamma era tutto tranne che una diva a casa, a casa era una mamma , una moglie…

P.C. : Ma sì, io mi rendevo conto di avere una mamma un po’ particolare quando eravamo fuori. Mi ricorderò sempre di quando una volta, vicino a Palazzo Chigi quando Cossiga era primo ministro, che io camminavo con lei e ci veniva incontro Cossiga, appunto, con un codazzo di portaborse, di colleghi e allora praticamente ci siamo non scontrati ma siamo passati uno accanto all’altro e poi ho deciso di girarmi quando ero un po’ più avanti ed erano tutti girati per guardare lei, incluso il primo ministro…. e quindi questo mi dava la misura di quella che io conoscevo a casa molto semplice, amabile, e che veniva invece vista come una persona abbastanza straordinaria, come qualcuno che può anche metterti in soggezione.

G.L. : Quindi è un caso abbastanza raro di un divismo non ricercato, spontaneo.

P.C. : Bisogna anche pensare una cosa ed è una battuta di Vittorio De Sica ed è questa… bisogna pensare che in quel periodo, anni cinquanta-sessanta, era abbastanza dirompente la figura della bruna, la bonona se volete…

G.L. : … Gina Lollobrigida e Sofia Loren…

P.C. : … ecco, di fatti quando mia mamma si rivide con Vittorio De Sica: “Ma non hai qualcosa per farmi riprendere a lavorare?” e Vittorio De Sica, con la sua innata simpatia, le disse: “Ma, Caterina, ma che ti faccio fare che tu sembri la statua della libertà?” E c’è voluto qualcuno come Fellini, che invece era fuori dagli schemi, pensava…

G.L. : … se permetti anche De Sica era fuori dagli schemi, forse pure un po’ di più di Fellini e, comunque, in altro modo, addirittura opposto…

P.C. : … sì, sì, ma parlo nei confronti di mia mamma…

G.L. : … il tipo d’attrice della tua mamma mal si sarebbe adattato a film come Sciuscià, Ladri di biciclette o Umberto D

P.C. : … comunque, ti dico, mentre con Vittorio De Sica c’era anche questo affiatamento dovuto al fatto che si erano conosciuti, avevano fatto un film assieme che tra l’altro aveva vinto un premio, loro come attori, a Venezia del ‘38/ ’39 e poi ci fu una bella amicizia con la prima moglie di Vittorio…

G.L. : … Giuditta Rissone, era importante in teatro perché aveva fatto compagnia con Tòfano e De Sica, appunto…

P.C. : … bravissima attrice.. e niente in questo senso lui non fu di grande aiuto perché allora il pubblico si identificava con…, lei era una carnagione molto chiara, bionda, gli occhi che lei diceva sono di color menta allungata, questa era la sua definizione.

G.L. : Molto autoironica, simpatica.

P.C. : Tra l’altro abitavamo a un passo da Gualino e la LUX, a un passo da Totò, la strada via dei Monti Parioli, Fellini abitava in via Archimede che è un pochino più in là, però per dire che di incontri, Mario Cecchi Gori sempre Monte Parioli, di incontri con produttori eccetera ce ne sarebbero stati diversi ma chi ha sbloccato, chi le ha permesso di tornare, chi le ha permesso di avere una seconda carriera, e anche lì è interessante vedere i vari registi coi quali lei ha collaborato, è stato Fellini.

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