Gérard Genette

In memoria di Gérard Genette. Quale narratologia?

L'asino vola

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di Guido Baldi

1. Narratologia della storia e narratologia del discorso

L’articolo dedicato da Pierluigi Pellini alla scomparsa di Gérard Genette sul «Manifesto» del 15 maggio e sul blog «Le parole e le cose» del 21 maggio si apre con una citazione di Genette stesso, in cui lo studioso definisce la narratologia «una pseudo-scienza perniciosa», il cui «gergo ha indotto disgusto per la letteratura in tutta una generazione di analfabeti». È facile dargli ragione, a patto che per «narratologia» si intendano la teoria e le «analisi del racconto» elaborate da Barthes, Todorov, Bremond, Greimas, prendendo le mosse dalla Morfologia della fiaba di Propp. Ma la domanda che è necessario porsi è se sia legittimo identificare la narratologia con quei metodi e con quelle pratiche. Perché in realtà sotto quella denominazione si possono raccogliere due tipi di teorie e di pratiche analitiche molto diversi fra loro. Se si parte dalla basilare distinzione fra storia e discorso, tra il “che cosa” racconta un testo narrativo e il “come” lo racconta, per usare una semplice formula di Chatman, vi saranno una narratologia della storia e una narratologia del discorso, cioè una teoria con applicazioni critiche ai testi che si occupa della storia e un’altra che si occupa del discorso: il fatto è che non è stato frequente il caso di teorie e di letture critiche che si siano concentrate contemporaneamente sui due livelli, cooperando fra di loro.

A dire il vero, quando a livello teorico si usa il termine narratologia, ci si riferisce normalmente alle indagini sul livello della storia, sia essa modello narrativo, fabula o intreccio, per usare le distinzioni di Cesare Segre. Lo testimonia proprio uno studioso autorevole come Segre, che, nel capitolo intitolato Narratologia della Letteratura italiana diretta da Asor Rosa per Einaudi, tratta solo problemi riguardanti squisitamente la storia, con riferimento proprio all’analyse du récit inaugurata, con riferimento a Propp, da Barthes, Todorov, Greimas, Bremond. E anche nella pratica scolastica l’analisi narratologica si identifica soprattutto con alcune operazioni come l’individuazione del “modello narrativo” e delle “funzioni”, nel senso proppiano, dei rapporti tra “fabula” e “intreccio”, tra “nuclei” e “catalisi”, con la segmentazione dell’intreccio in sequenze, con la ricostruzione di “sistemi attanziali” e opposizioni paradigmatiche.

In realtà usare il termine narratologia per studi che si concentrano solo sulla storia è decisamente scorretto. Infatti non è la storia che fa sì che un testo narrativo sia tale, perché la presenza di una storia è propria egualmente dei testi drammatici. Ciò che fa sì che vi sia narrazione è il fatto che la storia sia raccontata da qualcuno, dalla voce di un narratore. Ma la presenza di questa voce appartiene al discorso: quindi lo specifico narrativo si identifica col discorso. Ne consegue che quella forma di narratologia, come quella degli autori ricordati, che si concentra esclusivamente sulla storia, non coglie affatto lo specifico narrativo, tant’è vero che analisi del racconto come quelle condotte da quegli autori si potrebbero esercitare esattamente nello stesso modo su testi drammatici.

La conclusione è che non può essere legittimo denominare narratologia una teoria, con relative analisi del racconto, che è indifferente allo specifico narrativo, anzi lo esclude dall’attenzione: appare decisamente paradossale che proprio ad essa sia stato dato il nome di narratologia e che l’equivoco terminologico sia stato accettato pressoché universalmente.

Quella teoria e quelle analisi potranno diventare narratologia solo a condizione di essere abbinate allo studio del discorso, cioè dello specifico narrativo, e completate da esso.

Tutto questo è stato messo in rilievo con vigore proprio da Genette, nel Nuovo discorso del racconto del 1983 (si può vedere a p. 12 del testo originale, Éditions du Seuil): quindi è evidente che, quando parla sarcasticamente della «narratologia», Genette si riferisce essenzialmente alla narratologia della storia, non certo al proprio lavoro teorico e analitico; di conseguenza non credo che in quella frase si possa leggere una forma di autoironia: piuttosto vi si può scorgere una puntata polemica contro le tendenze che erano state dominanti in Francia e poi nel resto del mondo, e da cui Genette si staccava nettamente. Una conferma viene dalla definizione sprezzante di «pseudo-scienza perniciosa», perché proprio quelle teorie e quelle analisi ambivano a fregiarsi del titolo di «scienza della letteratura».

Ma non si tratta solo di questo. Occorre aver ben presente che teorie e analisi che si occupino solo della storia comportano notevoli rischi e inaccettabili limitazioni, o peggio, in casi estremi, una totale impotenza dinanzi al compito di interpretare il singolo, concreto testo letterario. In un testo narrativo la storia, a tutti i suoi livelli, non è che un’astrazione. Di per sé non ha esistenza reale: esiste solo in quanto prende corpo in un certo discorso. Per cui un’analisi e una formalizzazione della storia che non tenga conto delle forme concrete in cui essa si manifesta, che la fanno esistere, è irrimediabilmente parziale e fuorviante. La formalizzazione dell’intreccio in modello narrativo costituito da una serie di “funzioni” perde il contatto con l’individualità irripetibile e specifica del testo, lo dissolve in uno schema generale e astratto, cancella tutta la sua straordinaria complessità e ricchezza: si pensi solo a qualche esempio limite, come l’analisi delle Liaisons dangereuses compiuta da Todorov sul numero 8 di «Communications» del 1966, o quella della novella di Andreuccio da Perugia condotta da Aldo Rossi con strumenti di rigorosa ascendenza proppiana, che impoveriscono paurosamente i testi, riducendoli a nudi scheletri, non lasciando più nulla di quella sottile tessitura di significati, di quella fisionomia inconfondibile che fa sì che siano quei testi di Choderlos de Laclos e di Boccaccio.

Sia che si scomponga l’ intreccio nelle sue unità, sia che si riordini la fabula, sia che si ricostruisca il modello narrativo o il sistema attanziale, occorre sempre chiedersi in primo luogo chi, nella finzione narrativa, racconti quell’intreccio, e quali effetti ciò comporti sul concreto configurarsi del racconto. Occorre cioè porsi tutta una serie di problemi: quali siano le caratteristiche di tale voce (eterodiegetica o omodiegetica, onnisciente e attendibile o no, ecc.), poi quale sia il punto di vista che orienta la narrazione e quali siano gli strumenti specifici attraverso cui si crea la “focalizzazione” (discorsi diretti, indiretti, indiretti liberi, percezioni indirette libere, psiconarrazioni), quali siano gli strumenti linguistici impiegati da narratore e personaggi, come la voce e la prospettiva dei personaggi possano insinuarsi in quella del narratore e viceversa, quale uso si faccia del tempo narrativo. I procedimenti con cui è costruito il discorso, il “come” una storia è raccontata, non sono uno strato perfettamente trasparente, che si possa attraversare senza tenerne conto, come se non esistesse, per arrivare subito al nocciolo duro della storia in sé (cosa che si fa abitualmente proprio nelle analisi del racconto più sofisticate, sulla scia di Barthes, Todorov, Bremond, Greimas): è necessario anzi concentrare sempre l’attenzione anche su quei procedimenti perché i significati di un testo passano in prima istanza attraverso di essi.

E proprio a questo tipo di indagini Genette ha fornito basi metodologiche ed esempi operativi concreti, nel Discorso del racconto e nel Nuovo discorso del racconto, assicurando strumenti indispensabili per una narratologia del discorso e per le analisi del racconto che ne derivano. Gli strumenti da lui forniti restano preziosi anche se, come nota Pellini, la narratologia, insieme alla teoria e alla pratica semiotica, è oggi in declino, specie nelle università e nelle scuole: è “passata di moda”. Ma i metodi di indagine critica, anche nella loro applicazione didattica, non dovrebbero essere soggetti alle mode, come la foggia delle giacche, dei pantaloni e delle gonne: se sono validi, se offrono strumenti utili per la ricerca e per l’insegnamento, dovrebbero poter essere utilizzati sempre, pur con i dovuti aggiustamenti. Io ritengo che la narratologia resti uno strumento irrinunciabile per l’approccio critico alla letteratura, quando ci si trova di fronte a testi narrativi, sia nel campo della ricerca sia per l’insegnamento letterario. Se esso si deve basare in primo luogo sulla lettura diretta dei testi, con tutte le valenze culturali e anche civili che ne possono derivare, della narratologia non si può davvero fare a meno: a patto che non si perda in vacue e aride astrazioni, ma offra i mezzi per leggere e interpretare i testi concreti.

Fondamentali restano distinzioni come quella tra «chi parla» e «chi vede» in un racconto, cioè tra la voce che narra e la prospettiva che orienta la narrazione, il punto da cui proviene la visione, che può essere quello di uno o più personaggi, anche in un racconto in terza persona, oppure la classificazione dei modi d’uso del tempo narrativo: tutte precisazioni che fanno giustizia di confusioni durate molto a lungo e hanno creato gravi danni alla lettura dei testi narrativi. Inoltre Genette ha fissato un terminologia rigorosa e precisa, indispensabile per intendersi immediatamente sulla natura dei fenomeni narrativi a cui ci si riferisce. Certo i termini tecnici da lui coniati possono apparire irti e scostanti (eterodiegetico, omodiegetico, sillessi, metalessi, ellissi, parallassi…), tanto da dare adito a infastidite ironie. Ma evidentemente il loro uso è riservato agli specialisti: sarebbe assurdo pretendere che il lettore comune, e in particolare lo studente, li conoscesse e li usasse tutti correntemente. Nella scuola ad esempio si possono introdurre solo quei pochi basilari che sono veramente utili per le esigenze didattiche. D’altronde nessuno si stupisce e si indigna se si impone ai ragazzi delle medie di conoscere termini tecnici della geometria come triangolo isoscele e scaleno, cateti e ipotenusa. Ed è ritenuto normale che il medico impieghi un’infinità di termini tecnici, ignoti e incomprensibili ai profani: perché allora essere infastiditi se lo specialista della narrazione usa una vasta gamma di termini tecnici del suo campo, quando studia testi letterari e si rivolge ad altri specialisti? Il fatto è che perdura il pregiudizio volgare secondo cui alla letteratura ci si può accostare solo mediante lo slancio spontaneo del sentimento e della fantasia, non con strumenti di indagine rigorosi. Ma di ciò tra poco.

2. Narratologia e scuola

Pellini nota che il sarcasmo di Genette colpisce anche le «pedisseque applicazioni scolastiche del suo metodo di analisi strutturale del testo narrativo», e ricorda che era lui stesso «il primo a farsi beffe del narratologically correct imposto dalle sue stesse opere e sciaguratamente diffuso, in Francia come in Italia, nelle scuole di ogni ordine e grado»: infatti, ad esempio, non parla del narratore della Recherche, di «Marcel», ma di Proust, cioè dell’autore, contravvenendo così alla fondamentale distinzione fra narratore e autore reale.

Indubbiamente quando una teoria dà luogo nei seguaci ad applicazioni schematiche e banalizzate, o peggio dogmatiche, si snatura totalmente e si perverte in qualcosa di inaccettabile.

Va da sé che i principi teorici non debbono mai essere assunti rigidamente come dogmi. Talvolta invece i seguaci e gli epigoni sono più ferrei nella tutela dell’ “ortodossia”, sono più realisti del re, ma ogni idolatria di un testo considerato sacro è da respingere, tanto più nei manuali scolastici e nelle lezioni in classe, che dovrebbero essere strumenti per formare lo spirito critico dei giovani. Tuttavia, se l’applicazione scolastica non è «pedissequa», bensì impiegata in modo intelligente e criticamente fondata, non si vede perché la sua ampia diffusione debba essere liquidata sommariamente, con un brutale giudizio generalizzante e indiscriminato, come «sciagurata». Il punto è che di ogni teoria, e in particolare di quelle di Genette, va fatto un uso consapevolmente critico e ragionato, che può portare a scelte di ciò che è più produttivo di buoni risultati didattici e ad esclusioni di ciò che non funziona didatticamente, ma anche a modifiche della teoria stessa, se nel lavoro collettivo in classe risulta che un principio presenta delle aporie.

Quella proposta dal Discorso del racconto, con il seguito del Nuovo discorso, è una teoria affascinante, rigorosa, fuori di ogni dubbio utile, ma non è certo un ipse dixit, come d’altronde ogni teoria: è stata molto discussa e sono state mosse ad essa obiezioni di vario genere. Anche chi scrive queste righe, nei suoi studi accademici e poi nelle applicazioni a un testo scolastico, ha proposto di correggere la tipologia delle focalizzazioni costruita da Genette. Ad esempio, ha suggerito di eliminare il concetto di «focalizzazione zero» o «assenza di focalizzazione», osservando che anche nel racconto in cui il narratore eterodiegetico è più lontano dai personaggi e sembra portatore di un punto di vista all’infinito (il «punto di vista di Dio, o di Sirio», secondo l’immagine di Genette), vi è in realtà egualmente focalizzazione e «restrizione di campo», in quanto il narratore è pur sempre il portatore di una prospettiva soggettiva, storicamente collocata e connotata. Ad esempio i Promessi sposi sembrerebbero coincidere perfettamente con la categoria della «focalizzazione zero» di Genette, invece il narratore rivela appunto una precisa, personale visione, quella di un intellettuale cattolico e liberale della Lombardia romantica del primo Ottocento, con il suo sistema di valori e i sui idoli polemici. Ma persino i narratori più programmaticamente impersonali, come quelli di Zola, tradiscono una decisa impostazione soggettiva, con i commenti inseriti nel narrato, esplicitamente o mediante la scelta di aggettivi o verbi fortemente connotativi e conativi. Ad esempio, in Germinal, nel descrivere la cucina della famiglia di minatori, il narratore afferma:

«Un odore di cipolle cotte, stagnante dal giorno prima, avvelenava l’aria calda» [corsivo nostro],

dove il verbo esprime chiaramente la prospettiva del borghese agiato, per il quale l’odore delle cipolle mangiate dai poveri è come veleno.

Pellini, pur prendendo le mosse dalle dichiarazioni sprezzanti di Genette sulla narratologia, che ritiene autoironiche, riconosce che

«gli strumenti di laboratorio messi a punto» dallo studioso rimangono «indispensabili per chi è ancora convinto che la critica, come la letteratura, sia innanzitutto un nobile artigianato».

Per quanto concerne la critica, che è quanto qui ci interessa, l’affermazione può essere condivisibile, se si intende nel senso che l’analisi deve impiegare precisi e rigorosi strumenti tecnici: non deve cioè essere puro impressionismo soggettivo e improvvisato, né effusione emotiva, né tanto meno rivelazione oracolare. Ma non deve neanche essere arido tecnicismo accademico, rivolto a una cerchia chiusa e iniziatica. La critica è un lavoro che possiede una funzione sociale: tenere vivo un patrimonio culturale e, interpretandolo alla luce della sensibilità attuale, renderlo comprensibile ai lettori, quindi attraverso di esso far circolare idee, stimolare il confronto e la discussione, insomma far crescere dal punto di vista civile la comunità dei destinatari. Ma poiché la critica, nel suo esercizio specialistico, è diretta necessariamente a pochi, ad altri specialisti, è necessario che il lavoro critico abbia il suo prolungamento nella scuola, dove si devono formare i fruitori di quel patrimonio culturale (funzione che, nella prospettiva più ottimistica, deve valere anche quando i discenti saranno usciti dalle aule scolastiche). Per cui si deve instaurare un rapporto naturale fra la ricerca e la manualistica scolastica, che assume il compito di raccogliere, filtrare e rendere assimilabile dalla massa dei giovani che frequentano le scuole il lavoro della critica letteraria. Nel suo articolo Pellini ha qua e là notazioni polemiche pungenti contro i testi scolastici: ed ha ragione, nel caso essi schematizzino, banalizzino, riducendo a luogo comune ciò che la teoria e la critica ad alto livello hanno elaborato; ma deve parimenti riconoscere quando la manualistica adempie umilmente ma efficacemente alla sua preziosa funzione, anche usando una strumentazione tecnica come quella offerta dalla narratologia (in specie genettiana).

Quanto al «disgusto» provocato dal «gergo» narratologico, e più in generale semiotico, è ormai un luogo comune scagliarsi contro le analisi formali, e quelle narratologiche in particolare, che spegnerebbero il “piacere del testo”, trasformando la lettura in un procedimento meccanico e arido, che respingerebbe i giovani dalle opere letterarie scoraggiandoli dall’accostarsi ai libri. Questo è certamente vero nel caso di applicazioni estremistiche, quali si sono effettivamente registrate in anni passati sia nei manuali sia nella pratica quotidiana degli insegnanti, in cui lo strumento tecnico diveniva il fine e il testo era degradato a semplice mezzo per la sua acquisizione e il suo esercizio; però è da respingere l’idea che l’uso di strumenti d’analisi più sofisticati uccida necessariamente il piacere della lettura. Il segreto è il dosaggio: anche i farmaci presi a dosi eccessive fanno male o addirittura uccidono (phármakon in fondo vuol dire veleno), ma assunti nelle dosi giuste giovano e guariscono. Se lo studente assimila alcune tecniche essenziali di analisi, in modo tale che gli venga spontaneo applicarle nel momento in cui legge, arriverà a una comprensione più ricca e profonda del testo e ciò, lungi dal respingerlo, aumenterà il piacere della sua lettura.

L’importante dunque è trovare la misura giusta degli strumenti tecnici di lettura da fare assimilare. Ad esempio se uno studente impara a individuare la voce narrativa e le sue caratteristiche e a determinare qual è il punto di vista che orienta la narrazione, tanto da arrivare ad applicare naturalmente queste tecniche, ponendosi domande del genere mentre legge un romanzo o un racconto, non si tratta certo di una pratica che inaridisca e scoraggi la sua lettura, ma che al contrario gli consente di cogliere più nel profondo le strutture e i significati del testo e quindi contribuisce ad aumentare il piacere provato. Le tecniche devono insomma essere non un fine, come spesso avveniva nelle pratiche didattiche di un tempo, ma semplicemente un mezzo per rendere più produttivo l’approccio ai testi. Non devono dar luogo a puri esercizi meccanici fini a se stessi, ma fornire dei mezzi per arrivare a un’interpretazione del testo più ricca, approfondita e di conseguenza gratificante ed appagante.

Una volta sgombrato il campo dal pregiudizio contro gli strumenti d’analisi rigorosi, si possono sottolineare gli aspetti positivi del loro impiego. La didattica della letteratura fondata solo sull’uso del manuale di storia letteraria, senza leggere i testi, come avveniva sistematicamente in passato, è in sostanza autoritaria e dogmatica e riduce lo studente a un ruolo passivo e acritico, mentre l’impiego di strumenti formali, filologici, semiotici e narratologici nella lettura diretta dei testi comporta operazioni verificabili e riproducibili, che consentono l’esercizio dello spirito critico. Insegnanti e studenti si misurano non con un metadiscorso, il manuale di storia, ma con il concreto oggetto di indagine, il testo letterario, mediante strumenti comuni ad entrambi ed in base a regole del gioco chiare e definite preventivamente. Lo studente non è più costretto ad accettare tutto ciò che gli viene detto ex cathedra, ma ha modo di verificarne la validità perché possiede alcuni strumenti per farlo: può ad esempio appurare se fabula e intreccio coincidano, se il narratore sia onnisciente e attendibile o inattendibile, se vi siano restrizioni di campo sul punto di vista parziale di un personaggio e quali effetti esse producano. Può così assumere un atteggiamento attivo e critico, arrivare a formarsi convinzioni proprie e fondate, da contrapporre eventualmente alle interpretazioni del docente, e l’insegnamento può trasformarsi da monologo in dialogo, lo studio da ripetizione in ricerca e scoperta.

È evidente quindi la valenza democratica dell’uso di quegli strumenti. Non solo, ma lo studente acquisisce specifiche abilità di analisi e di decodificazione da applicare poi su altri testi letterari in cui si imbatterà in seguito in altre occasioni, impara che dinanzi alle opere letterarie non ci si deve limitare a impressioni soggettive, a dire «è bello», «mi piace» (anzi, like), o a suggestioni ineffabili come quelle care alla vecchia critica, «qui palpita il sentimento» o «qui vibra un sublime afflato poetico», ma si possono compiere operazioni che mostrano come è fatto un testo, secondo quali codici e con quali procedimenti, e consentono di individuare le nervature della sua costruzione, di arrivare così più addentro ai suoi significati.

Gli strumenti di decodificazione di cui lo studente si è impadronito potranno poi trovare applicazione non solo su testi letterari, ma anche su tutta l’infinita serie di messaggi, verbali e non, con cui la società della comunicazione ci bersaglia continuamente, attraverso i più svariati canali.

Così il giovane, divenendo capace di leggere oltre la superficie del messaggio, potrà essere tutelato da un assorbimento passivo e inconsapevole ed essere protetto, come da una sorta di antivirus, dalle forme più subdole di manipolazione che il linguaggio dei mass-media, dei social networks, della pubblicità, della politica mette in azione.

E anche questo contribuisce alla formazione civile del giovane, assumendo una funzione democratica.

Risulterà scontata allora la mia contrarietà a forme di lettura spontanea, “selvaggia”, aliene dall’uso di ogni strumento tecnico e affidate solo alla reazione soggettiva del discente, che i detrattori di quei metodi spesso propongono in alternativa (magari sulla scia delle fascinose proposte del Pennac di Come un romanzo). Innanzitutto che possa esistere una lettura assolutamente “vergine”, ingenua e spontanea, è un mito fasullo, fake, come si dice oggi: anche i ragazzi più inesperti, anzi tanto più quanto minore è il loro bagaglio culturale, leggono già in base a codici, acquisiti attraverso i canali più diversi, la famiglia, la televisione, il cinema e i media, la rete e social networks, le chiacchiere con gli amici, e si tratta in genere di codici di livello non certo elevato, per di più introiettati inconsapevolmente e assorbiti in modo acritico. Quella che viene ritenuta lettura “vergine” e “spontanea”, insomma, non è che ripetizione inconsapevole di stereotipi. Tanto vale allora che i codici di lettura siano esplicitati, divengano consapevoli e siano di alto livello, rigorosi e criticamente applicati. In secondo luogo la lettura “selvaggia” è fortemente diseducativa perché abitua all’impressionismo facilone, al pressapochismo, all’arbitrio non sottoposto ad alcuna regola. È agevole vedere quali effetti deleteri ne possano conseguire sulla formazione intellettuale e civile dei giovani.

3. Narratologia e storia

Una volta stabilito che una narratologia del discorso, come quella di Genette, che si concentra non su pure astrazioni ma sulla fisionomia concreta dei testi, fornisce strumenti preziosi per la lettura e l’interpretazione delle opere narrative, è indispensabile però sottolineare che non ci si può fermare, come pure si fa spesso, a un mero inventario dei procedimenti narrativi con cui è costruito il testo, ad una semplice descrizione di “come è fatto”: è necessario proseguire oltre.

Innanzitutto bisogna tener presente che gli strumenti narratologici si possono adoperare su qualunque tipo di testo narrativo, di qualunque livello, dai romanzi di Flaubert alle Sfumature di E. L. James: di conseguenza, quando si affronta un testo di valore letterario, occorre individuare bene quanto dei procedimenti del racconto fa sì che quel testo sia autenticamente artistico e lo distingua dai prodotti di puro consumo e dai media di massa seriali: in questi prodotti i procedimenti narrativi sono elementari, stereotipati, convenzionali, assolutamente piatti, mentre nella letteratura vera spalancano le profondità polisemiche e problematiche proprie dell’arte. L’operazione è tanto più necessaria da quando tra la letteratura autentica e la Triviallitertur si è inserito insidiosamente un terzo livello, quello del midcult, che vuole presentarsi come letteratura di valore alto, mentre in realtà è solo prodotto di consumo mascherato. In questo uso degli strumenti narratologici ci viene in ausilio lo stesso Discorso del racconto di Genette, dove la trattazione teorica dei procedimenti narrativi è in costante contrappunto con un grande testo letterario, la Recherche di Proust.

Una volta individuato il valore autentico, occorre poi considerare che un testo letterario non è un’entità del tutto irrelata: e questo si riflette sugli aspetti formali. Le tecniche narrative non sono strumenti neutri, metatemporali e intercambiabili a piacere: attraverso la scelta e l’uso di quei procedimenti passano una poetica e una determinata visione della realtà, che sono proprie del soggetto reale che ha prodotto quel messaggio. Bisognerà quindi, dopo aver descritto i procedimenti che configurano il testo, risalire anche alla poetica e alla visione che i procedimenti veicolano, per arrivare a decodificare il messaggio proposto al massimo di profondità possibile. Non solo, ma il soggetto produttore è un essere sociale, inserito in un determinato momento del divenire storico, immerso nelle contraddizioni del processo della produzione materiale e della produzione delle idee: se dunque la socialità, i rapporti di classe, i dati materiali della vita e le visioni della realtà che ne sono il riflesso sono presenti, attraverso il carattere sociale del soggetto dell’enunciazione, al momento della costruzione e dell’emissione del messaggio letterario, non è possibile non tenerne conto al momento della ricezione e della decodificazione. Una lettura del tutto immanente al testo, che rifugga dall’allargarsi alla realtà extratestuale, lungi dall’essere l’unica scientificamente rigorosa, come si è sentito spesso affermare negli anni dell’egemonia strutturalista, risulta inadeguata all’oggetto di indagine e scientificamente scorretta (naturalmente il termine “scientifico” è da intendere nell’accezione molto relativa che può assumere in rapporto agli oggetti letterari).

L’analisi dei procedimenti tecnici del discorso narrativo è un passaggio obbligato, una condizione necessaria per l’interpretazione del testo, ma, al pari dell’analisi della storia, non può ritenersi sufficiente. Anch’essa è un’operazione preliminare che, pur preziosa e indispensabile, deve esser completata se vuole avere un senso, se vuole consentire il passaggio dalla mera descrizione all’interpretazione complessiva. Dopo aver stabilito “come è fatto” il testo, per decodificare il messaggio che veicola occorre andare oltre il testo, vedere come in esso, attraverso i suoi aspetti formali, si cali una data concezione della realtà, storicamente determinata, e ripercorrere i fili attraverso cui forma e visione del mondo si collegano al contesto culturale e sociale. Occorre cioè allargare progressivamente l’indagine alla posizione sia del testo singolo sia del macrotesto dell’opera complessiva dell’autore all’interno del sistema letterario e della sua tradizione, ai generi e ai rapporti intertestuali con opere contemporanee e dei secoli precedenti; poi occorre ricostruire i rapporti, all’esterno del campo letterario, con la mentalità e l’immaginario come con gli aspetti materiali della vita. Quindi narratologia e storia della letteratura non sono affatto in contrasto, anzi possono e devono marciare insieme.

Sono sicuro che i fedeli epigoni dello strutturalismo e i loro residuali fiancheggiatori arricceranno il naso con disgusto e bolleranno un simile processo di indagine come “storicismo”, usando il termine quale un insulto o una parola oscena. Ora, propriamente, storicismo indica una precisa corrente filosofica e culturale, che ha le radici nell’hegelismo e propone una visione teleologica della storia (come è esemplificato dal capolavoro di questa tendenza nel nostro paese, la Storia della letteratura italiana di De Sanctis), ed è scorretto estendere la categoria a designare genericamente ogni metodo critico che punti a collocare i fenomeni culturali entro i processi storici. Ebbene, resto convinto che questo collegamento, in primo luogo alla struttura materiale dei processi, resti imprescindibile, se non ci si vuole condannare a fornire un’immagine mutilata delle opere letterarie, relegandole a fluttuare in un’atmosfera senza tempo, che fa sbiadire le linee vive della loro fisionomia e le rende sostanzialmente incomprensibili. Alla schifiltosità degli strutturalisti e compagni di strada, che pensano solo per categorie assolute e atemporali (non tutti, per fortuna: sia reso onore alla memoria di un critico come Cesare Segre) e ripugnano dall’idea di strappare la letteratura dal suo aere puro per contaminarla e degradarla a contatto con la bruta realtà materiale, la storia risponde: «Io sono, però».

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scritti molesti sullo spettacolo e la cultura nel tempo dell'emergenza